Ecco il mio REGALO di NATALE! per tutti voi...
Un racconto a tinte gialle per entrare nell'ambiente natalizio con un pizzico di verve:
Testo integrale!

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Lo so che è un figlio di puttana, un ragazzino pieno di gloria e di razzismo nelle ossa, ma io dovevo ubbidire e quel giorno ero con lui mentre le colline si riempivano d’indiani.
Gli assicuratori di Nuvola Rossa occupavano il nostro lato destro, i promotori con un orrendo piscione sugli scudi quello sinistro e Custer rideva.
Rideva quell’imbecille imbottito di coca e di Whisky e non si curava della nostra salute.
Dire che non aveva rinnovato nemmeno l’abbonamento alla metro, forse sapeva di morire, forse non aveva stipulato una polizza vita per nulla.
Toro Seduto era di fronte a noi con il suo Ipode alle orecchie e con Intini convertito a prendere appunti, la foto di un uomo senza capelli ed occhiali sulla sua moto.
Il piccolo grande corno era pieno di venditori di occhiali e foulard, ma avevo lasciato il mio bancomat a forte Alamo.
Eppure vi dico che ci saremmo potuti salvare se Bottiglione non fosse arrivato alle spalle con il sindaco di Treviso sottobraccio.
Urlavano frasi oscene di culattoni e verdi bandiere, ma io davvero non li stavo a sentire, collegato con una amica di Teheran che sognava di andare in bicicletta, ma si sa che la religione è l’oppio dei popoli.
Avrei voluto che fosse finito tutto e subito, mentre funzionari di banca lanciavano frecce di adeguatezza.
Quanti ne uccisi quel giorno? Quanti prima di cadere? Custer pieno di cocaina rideva e baciava un suo sergente maggiore mentre il cielo era pieno di frecce e il sole era coperto da nuvole di pioggia.
Un bel giorno quello per morire, almeno avessi regalato una bicicletta a quella ragazza, almeno l’avessi vista sorridere e invece no, mi toccò morire prima di Custer e non c’erano paradisi dietro la porta, solo una vecchia che recideva dei fili e le sue sorelle che ballavano un tango argentino.
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Ultime dai territori di guerra: preoccupante aggiornamento degli arsenali |
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I politici esportatori di “democrazia” e “libertà duratura”, fiancheggiati dagli industriali delle armi e dalle "guide spirituali” delle guerre sante, sono scesi in piazza, indignati, per manifestare e protestare contro questo aggiornamento degli arsenali di guerra. Ma la manifestazione è stata duramente contrastata da un corteo di bambini provenienti da tutto il mondo. Inevitabili scontri e tafferugli: pioggia di gavettoni e raffiche di liquidator…
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C’era tanta gente, mai vista tanta nella mia vita ed erano tutti venuti per sentirlo. C’era una gran puzza di sudore e di escrementi ovunque.
Qualche cane abbaiava e un venditore di focacce urlava per attirare acquirenti.
Era bello lui, soprattutto i suoi occhi, sembrava guardare sempre ciascuno negli occhi.
Le donne impazzivano per lui, ma nessuna si diceva potesse averlo, ma la gente mormorava di una.
Una voce, una voce unica la sua, incantava tutti con le sue favole.
Rideva, si che rideva quando gli chiedevo perché e batteva la sua mano sulla spalla.
Sua madre era dolce, il suo bambino era un uomo grande e grosso ora e di suo padre non sapevo nulla.
C’erano alcuni con lui, alcuni che lo seguivano sempre, non come me che ero li solo per curiosità e per amicizia.
I soldati controllavano i documenti, lo prendevano in giro, parlavano di lui come di un folle e i preti peggio ancora, ma si sa che i preti non vogliono mai nulla che mini il loro potere.
Lui rideva di tutto questo e mi dava pacche sulla spalla e rise ancora di più quando gli chiesi se ero io il demonio di cui a volte parlava.
Io gli dicevo che la gente non capiva, che raccontavano di lui cose assurde e impossibili e che si stavano approfittando della sua buona fede.
Solo allora, solo allora smise di ridere e mi guardò negli occhi.
Stava per dirmi qualcosa, ma si fermò e alzò le spalle ancora una volta.
C’era tanta gente quel giorno e quando iniziò a parlare la puzza sparì di colpo e tutti rimasero in silenzio per ascoltarlo.
Le donne guardavano i suoi occhi, le donne s’innamoravano di lui, ma lui sembrava non darsene conto.
Poi moltiplicò quei pesci e quei pani e io inizia davvero a pensare di essere io il demonio di cui tanto parlava, ma mi misi a ridere anche io come lui.
Dietro la vetrina della gioielleria del corso,
zanzare pomiciano senza ritegno,
il moscerino guarda di la dal vetro,
sbava di desiderio e d’indivia è roso.
Falene crudeli, guardiane della notte,
assalgono inermi bruchi per i corridoi,
la loro divisa gli serve da scudo
ora che la perfida cimice è al potere.
Oltre la barriera di Piazza Garibaldi,
uno scarabeo ubriaco invoca pace,
barcolla sino al porto delle navi d’armi,
non capisce lo scopo del firmamento.
Il vecchio ragno attende,
lui svolge il suo lavoro,
tra pezzi di pece e lische d’ospedale,
senza giustificarsi con un Dio o una morale.
Questa è la storia di uno straccione, aveva un asino che portava il peso delle sue storie, ondeggiava al carico di fili di fate di bosco e cavalieri di sementi acute.
Incontrò una contadina, dagli occhi dolci e i capelli sfatti, serva di un barone che soddisfaceva con lei le voglie, due figli senza denti, un padre con un occhio guercio.
L’amore, si l’amore sparò vene sotto la quercia e il barone disse che era strega.
Lo straccione corse dal re con il suo asino con un orecchio solo e gli chiese udienza.
Raccontò le sue favole, incantò la figlia del monarca, lei s’innamorò dello straccione.
Amore, si amore che non capisce condizione o puzza alquanto stramba.
La figlia del re gli diede il suo corpo per una notte, per intercedere con suo padre per quella strega.
Bruciava il rogo della contadina, c’era la gente del paese voltagabbana, non fece in tempo il messo e arrivò prima l’asino a scorreggiare sul barone, sulle guardie e sulla figlia del re.
Lo straccione urlò il suo dolore al cielo e una pioggia improvvisa spense il rogo.
“Principessa di mille voglie,
la mia donna è una contadina,
ho soddisfatto tutte le tue voglie,
ma lei brucia non sarà mai una regina.
Principessa il tuo barone,
ha un buco profondo nel suo sedere,
lui è il vero stregone,
la mai donna solo per il di lui piacere.
Di streghe il mondo ora è pieno,
come dopo il caldo i campi di fieno,
sono solo donne bistrattate,
che la vostra genia ha condannate.”
Lo straccione abbracciò la sua donna, la strega libera dal suo destino, ma solo un rantolo aveva di voce e spirò presto tra le sue braccia.
L’asino venne trafitto, da mille frecce per la sua maleducazione e il cantore cadde per terra, il suo cuore esplose come in fuoco.
“Così finisce una storia di periferia,
cantata sotto il ponte e in un’osteria,
perchè la poesia non è rivoluzione,
al massimo il grido di un ubriacone.”
Il quinto cavaliere
Il primo venne,
una notte di luna piena,
il re invocava perdono,
ma Peste prese suo figlio.
Il secondo venne in punta di piedi
bruciò i granai del mondo,
Fame rideva
con un ghigno oscuro.
Il terzo venne con uno squillo di tomba
e il vescovo vide cadere
il castello dai merli brulli,
Guerra aveva una bandana nera.
Il quarto cavaliere aveva un’armatura d’argento
fece volare le teste
come falce il grano,
Morte aveva un sospiro lungo.
Poi venne silenzio,
un giorno,
poi un altro
il quinto cavaliere venne controsole,
il volto coperto da troppa luce.
Il quinto cavaliere cacciò tutti gli altri,
il quinto cavaliere era il più bello,
il quinto cavaliere era una donna
Amore pulì il selciato nero.